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Michele D’Ignazio: «Qual è il vostro segno particolare?»

Michele D’Ignazio: «Qual è il vostro segno particolare?»
Da: vanityfair.it Pubblicato In: Aprile 10, 2021 Visualizzato: 49

Michele D’Ignazio: «Qual è il vostro segno particolare?»

Chicchi di bellezza in Francia, satelliti che fanno pensare alla luna piena in Spagna, semplicemente nei in Italia. Spesso considerati con un’accezione negativa. Perché? Una domanda che Michele D’Ignazio si è posto spesso crescendo, perché i nei sono la particolarità che lo caratterizzano sin dal primo giorno di vita, da quando il medico che l’ha fatto nascere ha visto per la prima volta il neo gigante che occupa parte delle sue spalle. Solo diversi anno dopo, crescendo, Michele D’Ignazio lo ha trasformato nel suo «mantello gigante», un superpotere che ha deciso di raccontare nel suo “Il mio segno particolare” edito per Rizzoli. Perché riconoscere il proprio segno particolare, può renderci più forti. Perché hai deciso di raccontare la tua storia?«L’idea stava maturando dentro di me da tempo, ma fu decisiva una mattina di settembre, durante uno dei tanti incontri a scuola: c’era una bambina, il suo viso e le sue gambe erano costellate di tanti piccoli nei. Mi sono emozionato. Mi sono riconosciuto. Da quel momento ho iniziato a capire che la mia storia poteva essere utile e importante per molte persone, non solo per i bambini particolari, come lo sono stato io, ma anche genitori, adulti. Perché questa è anche la storia dei grandi che mi hanno aiutato quando io ero piccolo, che mi sono stati accanto regalandomi coraggio e allegria, facendomi scoprire la magia e la meraviglia di ogni particolarità». Come descriveresti il tuo segno particolare?«C’è un aneddoto a cui sono molto legato e che racconto nel libro. In una scuola di Roma, una bambina mi ha chiesto:”Ma cos’hai nell’occhio?”Tante volte ho immaginato una risposta fantasiosa del tipo: “Mi ha punto una zanzara” oppure “ho l’eclissi di pupilla”. Ma la verità è che la prima cosa che mi hanno insegnato i bambini è stata la sincerità. Ed è davvero un grande insegnamento, per chiunque. Allora, tornando alla domanda, ho risposto: “Un neo”.  I bambini non si sono scomposti, mi hanno salutato sorridendo e sono usciti dall’aula per andare a mensa. Eppure, mentre riordinavo libri e disegni, uno dei bambini è rientrato di corsa in classe, mi si è parato davanti ed ha esclamato: “Tu hai tanta fantasia perché hai il neo nell’occhio!”. Sembrò la scena di un film. Una frase così netta. Il bisogno di tornare indietro ed esprimere quel suo pensiero. Ecco, i segni particolari sono questo: creano stupore, meraviglia, fantasia. Sono una marcia in più. Tutti noi ne abbiamo più di uno e io nel libro parlo dei nei, piccoli e giganti, ma non solo». Ti sei mai sentito «diverso», non accettato?«Ho vissuto un’infanzia felicissima e non mi sono mai sentito a disagio. Qualche difficoltà è arrivata con l’adolescenza. Nel libro ad esempio racconto del basket. Molti miei coetanei volevano far vedere i loro muscoli, le loro braccia, le spalle che iniziavano a formarsi e a diventare quelle di un uomo. Io però non volevo mostrare il mio “mantello gigante” da supereroe, il grande neo che avevo sulle spalle. Era un segreto e né io né il mondo eravamo ancora pronti. Mi vergognavo un po’, ma sentivo anche che quel mostrare e ostentare non era la mia strada. Infatti ho scoperto i libri e la musica. Ed ho sviluppato una particolare attenzione verso la mia parte interiore. È un bel paradosso: il corpo che fa scoprire l’importanza di tutto ciò che non è corporeo, che va oltre la materia».   Sei cresciuto frequentando molto gli ospedali, come li ricordi?«Il libro inizia così: “So che può suonare strano, ma io ho dei bei ricordi degli ospedali”.In realtà, voglio dire che giocando con i ricordi e la memoria mi sono reso conto che il mio rapporto con gli ospedali non era di risentimento. Ma di… sentimento. Un sentimento che ne racchiude mille altri. Una storia che ne contiene tante altre. Mi emozionavo a raccontare le mie “avventure” in ospedale e vedevo la stessa emozione riflessa negli occhi di chi mi ascoltava. Be’, non voglio essere frainteso, sarebbe meglio se in questo mondo non ci fossero persone bisognose di cure. Sarebbe meglio che di ospedali non ce ne fosse nemmeno uno. Però, così non è. Ma se sono diventato quello che sono in buona parte lo devo alle difficoltà che ho avuto da bambino, che mi hanno reso forte. Gli ospedali sono un territorio di confine. Tra la vita fuori, che vedi dalle finestre, e quella nei reparti. Tra la salute e la malattia. A volte, tra la vita e la morte. Come tutti i confini sono luoghi di grande impatto. Ci fanno riscoprire la nostra umanità più profonda e ci fanno interrogare su tanti aspetti della vita: cosa mi capiterà? Chi c’è dietro quella mascherina? Come sarà la vita una volta uscito di qui?». Perché è importante scoprire il proprio segno particolare? Come possiamo incoraggiare i bambini e le bambine a farlo? A non vergognarsi della propria unicità?«È importante, attraverso il racconto e la condivisone, far capire che i segni particolari ci rendono unici, ricordandoci che facciamo parte di qualcosa di grande e misterioso. Di cui avere sempre rispetto. È fondamentale inoltre trasmettere l’importanza del raccontare. È il nostro vero superpotere. Permette di valorizzare ciò che ci capita, ci fa maturare, crea degli incredibili ponti con le storie degli altri. È importante non nascondersi o vergognarsi delle proprie particolarità, ma è un processo che richiede tempo. Troppa fretta, a volte, rischia di farci cadere nell’estremo opposto: ostentare e esibire la propria particolarità». Ti pongo la stessa domanda che ti sei posto tu nel libro, perché in Italia più spesso si parla in negativo dei nei?«È una particolarità culturale. In Francia li chiamano grains de beautés: chicchi di bellezza. In Spagna lunares, perché sono satelliti e fanno pensare alla luna piena. E in inglese skin mole. Skin vuol dire pelle mentre Mole sta per talpa: un’espressione che evoca le montagnole marroni che le talpe creano nel terreno, emergendo in superficie. Molto fantasioso! Il linguaggio è qualcosa di potente e le parole hanno un peso. Modificando in positivo i modi di dire e il loro significato cambiamo il nostro sguardo sul mondo. E di conseguenza cambiamo noi stessi e il mondo che ci circonda».  LEGGI ANCHE Fibrosi cistica, Francesca: «Vi racconto la malattia invisibile» LEGGI ANCHE Afghanistan, la street artist che disegna i diritti delle donne LEGGI ANCHE Malattie rare, Armanda Salvucci: «Vi racconto l’acondroplasia» Let's block ads! (Why?)

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