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Maria Sole Tognazzi e il successo di «Petra»: «Pensare che mio padre non voleva che facessi questo mestiere»

Maria Sole Tognazzi e il successo di «Petra»: «Pensare che mio padre non voleva che facessi questo mestiere»
Da: Alla Radio Pubblicato In: Settembre 17, 2020 Visualizzato: 12

Maria Sole Tognazzi e il successo di «Petra»: «Pensare che mio padre non voleva che facessi questo mestiere»

Nel 2003 Maria Sole Tognazzi debuttava con il suo primo film. Nel cast c’era Paola Cortellesi. Ora, su Sky Cinema, ha debuttato con la prima serie tv, Petra. Nel cast c’è Paola Cortellesi. «Ci siamo ritrovate dopo tanti anni — racconta la regista —. Abbiamo fatto dei percorsi paralleli ma in me restava la voglia di lavorare con lei, anzi, ci avevo pensato proprio qualche giorno prima che mi chiamassero per propormi questo progetto e Paola è una delle regioni per cui ho detto di si». Dopo tanti anni, «ci siamo ritrovate più grandi di età e di esperienza, ma con esattamente lo stesso spirito che avevamo da ragazzine». Lo stesso che le ha accompagnate per quattro mesi e mezzo: ce ne sono voluti tanti per dare vita a un personaggio che sulla carta era già popolarissimo: il commissario protagonista di tanti romanzi di Alicia Giménez-Bartlett. «C’è un responsabilità diversa nel mettere in scena qualcuno di tanto amato — riprende Tognazzi —. Nei miei film ci sono personaggi nati da me, qui invece c’era qualcuno tante persone già conoscono. Ma ho da subito adorato Petra e ha molto in comune con i personaggi femminili che ho raccontato finora: è una donna libera, che non si preoccupa del giudizio altrui ma che cerca la sua felicità».

Di fatto, pensa che la serie sia principalmente questo: un’indagine sulla felicità. «Poi, sì, ci sono dei casi da risolvere, ma quello che mi interessa è vedere come tutto si riflette su di lei. Siamo stati per troppo tempo abituati a vedere sullo schermo donne sottomesse, vittime o comunque non protagoniste, sempre accostate a un personaggio maschile. Con Petra questo non succede e quindi io proseguo il discorso iniziato con i miei lavori». Quello che più ama di questo personaggio è la capacità di «cambiare radicalmente le propria vita, passando anche per diversi matrimoni. Ma non si cura del giudizio delle persone e non ha paura di abbandonare tutto e ripartire». Non solo una serie ma anche un messaggio: «La serie parla a tutti, uomini e donne, ma di certo queste ultime possono identificarsi e trovare il coraggio per essere come lei. Certo, sarebbe bello che anche gli uomini capissero di più come ragiona una donna come lei». Ma non crede che le cose sarebbero state necessariamente diverse se dietro la macchina da presa ci fosse stato un collega uomo: «Non sarebbe cambiato nulla se avesse capito quello che Alicia voleva dire nei suoi racconti. L’idea che una donna racconti meglio l’universo femminile non mi piace, vorrebbe dire che le donne non sarebbero in grado di raccontare bene storie maschili». Un discorso che «non ha niente a che fare con la fatica con le donne impiegano a ottenere certi ruoli, o che fanno per imporsi nel lavoro. Quella della considerazione della donna sul lavoro è una lotta a cui siamo tutti pronti, ma quando diventa un discorso di quote rosa, allora non ci sto».

Eppure il gruppo di lavoro dietro Petra è quasi tutto femminile. «Questa è stata una casualità di cui sono ben felice: in tanti anni l’ho visto poche volte. Ma non è una cosa studiata a tavolino, così come la mia scelta: non mi hanno voluta perché sono una donna ma per come avevo descritto le donne nei miei film». E dire che la sua è una professione arrivata un po’ per caso: «Ho iniziato a lavorare nel cinema senza nessuna ambizione e per comodità: era morto da poco mio papà e mi sono rivolta a persone che conoscevo per fare un’esperienza che mi impegnasse, distraesse, come si può fare a 18 anni. Non avevo in mente di diventare regista». Anzi, lei della famiglia sembrava l’unica non interessata: «Negli anni non avevo nemmeno frequentato chissà quanto gli ambienti del cinema, nonostante un papà così importante. Ma sapevo che partiva una produzione e ho chiesto di lavorare come volontaria».

Ha fatto l’aiuto regista per dieci anni: «Non sempre è stato facile farsi rispettare, specie se si è giovani e donne. L’aiuto alla regia deve organizzare molte cose, dare ordine. A volte mi guardavano come dire: questa cosa vuole?». Con il padre non aveva mai parlato dell’idea di lavorare nel suo mondo: «Anzi, sapeva che era una cosa che non mi interessava: avevo già tanti fratelli che facevano questo mestiere, a me pareva già abusato. Era un argomento costante in famiglia e mi annoiava tremendamente come mi annoiava la popolarità. Mi tenevo molto in disparte da tutto questo e posso dire che per mio padre l’idea di sapere che non volessi fare l’attrice lo sollevava molto». Col tempo si è fatta l’idea che sarebbe stato bello dirigere il grande Ugo: «Forse non glielo avrei chiesto, non avrei osato tanto. Ogni tanto ci penso a come sarebbe stato. Per questo ho realizzato il documentario con cui aprii il Festival di Roma in cui intervistai tutti i registi che avevano lavorato con mio padre. Mi interessava capire che tipo di attore era. Me lo sono fatta dire da Bertolucci, Scola, Monicelli». E come sarebbe stato? «Bello. Sapeva essere molto collaborativo se stimava chi lo dirigeva, viceversa, non esitava nel farlo notare». Era anche lui un po’ Petra... «Si, ma io credo che lo siamo un po’ tutti. O almeno vorremmo esserlo». Il paragone con Montalbano non le pesa: «Anche perché non ci ho mai pensato più di tanto. Hanno in comune il fatto di essere tratti da gialli, ma penso che Alicia abbia descritto un’eroina moderna e la differenza sta proprio tutta in Petra. Due realtà apparentemente simili sono in realtà molto distanti». Le piace l’idea che ci siano più stagioni? «Sì, molto, motivo per cui se ci saranno sono già disponibile a farlo».

17 settembre 2020 (modifica il 17 settembre 2020 | 17:31)

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