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Tiziano Ferro e le cover di «L’esperienza degli altri». Appello contro il razzismo: «Pronto a sostenere la famiglia di Willy»

Tiziano Ferro e le cover di «L’esperienza degli altri». Appello contro il razzismo: «Pronto a sostenere la famiglia di Willy»
Da: Alla Radio Pubblicato In: Settembre 17, 2020 Visualizzato: 11

Tiziano Ferro e le cover di «L’esperienza degli altri». Appello contro il razzismo: «Pronto a sostenere la famiglia di Willy»

«Spero di essere in Italia il 6 novembre. La burocrazia è complicata, ma non voglio essere pessimista». Il coronavirus mette a rischio il Tiziano Ferro day, giorno di uscita dell’album di cover «Accetto Miracoli: l’esperienza degli altri» e del documentario «Ferro» su Amazon Prime: il cantautore vive a Los Angeles e gli spostamenti non sono semplici. Ma è stata proprio la pandemia a far nascere il nuovo disco: «La musica è stata una salvezza, ha creato una bolla per fuggire dalla prigione».
È stato un anno con tante cover, ora lei sceglie di pubblicare addirittura un album con la sua versione dei successi di altri...
«Un disco di cover è come i laser ai concerti: li abbiamo visti mille volte, ma piacciono sempre. È un album che avevo in testa da anni e per me vale quanto uno di inediti. A Sanremo ho omaggiato quattro grandi canzoni («Nel blu dipinto di blu» di Modugno, «Almeno tu nell’universo» di Mia Martini, «Perdere l’amore» di Massimo Ranieri e «Portami a ballare» di Luca Barbarossa ndr) non mie e mi sono trovato un primo nucleo. La vera spinta è stata la richiesta di un classico dell’estate da parte dei network radiofonici per il progetto “I Love My Radio”. Mi ha chiamato Linus da Deejay e gli ho mandato subito “Bella d’estate” di Mango. Purtroppo non era nella loro lista, ma ormai ero a quota cinque brani...».
Ne sono arrivate altre otto. E forse più visto che via social ha detto di pensare già a un volume 2...
«Sono le canzoni che hanno cambiato la mia vita. Mi sono sentito libero perché non avevo la preoccupazione della scrittura. Io e il produttore, Marco Sonzini, uno che lavora senza fartelo pesare con grandi come Janelle Monae e Keith Urban, ci siamo divertiti giocando nota per nota».
Il titolo però è serissimo: l’esperienza degli altri...
«Lo avevo pensato per un disco in cui avrei interpretato canzoni inedite scritte da altri. L’idea risale al 2012. Al concerto benefico per il terremoto in Emilia che si fece a Campovolo, Renato Zero mi disse: “Vorrei sentirti cantare cose di altri”. Non se n’è mai fatto nulla perché sono arrivati pezzi deboli e chi me ne ha mandati di buoni li ha girati ad altri...».

Più difficile cantare Mina, voce perfetta, con «Ancora ancora ancora» oppure «Piove» di Jova e «Rimmel» di De Gregori, meno tecnici ma personalissimi?
«Mi sono dato una regola: vietato barare. Nel caso di voci femminili ho abbassato di qualche tono, ma ho mantenuto il grado di difficoltà. Se cantavano al massimo dell’estensione femminile, io l’ho fatto al maschile. Per Giuni Russo ho studiato tre settimane la tecnica corretta».
E gli uomini?
«Mango è stato il più complicato tecnicamente. E per la produzione, visto che lui era uno sempre avanti, ho immaginato un beat alla Drake. Per Jova e De Gregori la difficoltà è stata la cifra stilistica. E allora mi sono dimenticato dell’originale. Ho pensato alla musica classica, ho interpretato “Rimmel” come se avessi il libretto davanti. Se non si toccano i classici per paura, si finisce per dimenticarli. È una cosa che ho pensato quando feci Tenco a Sanremo».
Ha svelato la scaletta in una diretta social. Ha definito «Margherita» di Cocciante la «canzone della vita». Perché?
«Anzitutto perché il primo concerto che vidi, avevo 3-4 anni, era di Cocciante. Fu uno choc: le luci, il volume che non sopportavo... ma mi ipnotizzò. E poi mia nonna si chiamava Margherita. Cantavo ancora di nascosto dai miei in un coro gospel e gliela dedicai a un matrimonio di parenti: ricordo gli sguardi giudicanti».
Di Mina ha ricordato la popolarità all’estero negli anni 60. Lei è stato l’ultimo italiano da export?
«Non so se sono stato l’ultimo ma è cambiata la percezione della nostra musica. Io sono capitato nel momento in cui era di moda: Laura, gli Eiffel 65 e la dance... In America Latina cercavano quel suono per il loro pop e ingaggiavano i nostri tecnici. Col tempo, come è accaduto al nostro cinema dopo i Sessanta, hanno imparato a farlo da sé».

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Di «E ti vengo a cercare» di Battiato ha ricordato il valore spirituale. Che rapporto ha lei con Dio?
«Il mio percorso è partito da bambino in una piccola chiesa fuori Latina. Del rapporto con la spiritualità cristiana mi è rimasta la parte più bella: condivisione, non fare ad altri quello che non vorresti fosse fatto a te, la pazienza... Mi porto dietro l’idea di un Dio simpatico».
E adesso? Prega?
«Ogni mattina, ma senza porre condizioni. A Dio dico: dammi quello che mi devi dare ma, che sia dolore o gioia, aiutami a trovare gli strumenti per attraversare queste cose. Il testo di Battiato vale ancora oggi».
Parla di «parassiti senza dignità». Chi sono quelli di oggi?
«Vogliamo parlare di social network?»
Facciamolo...
«Fanno una sottile opera di manipolazione: ci costringono ad avere un’opinione su tutto, anche se questo pezzettino di carta. Dovrebbero essere la scuole e i libri, ma anche i cartoni animati come accadeva a noi, a dare lo stimolo. E poi c’è la questione haters. Per loro tolleranza zero: li blocco subito. E poi faccio un esercizio meraviglioso. Invece che dedicare loro del tempo lo dedico ai lovers. Sembra uno slogan da Cornetto ma funziona».
Fino a qualche tempo fa manco li aveva i social. Adesso mostra anche momenti privati, la morte del cane, suo marito Victor...
«Il cambio principale è avvenuto su di me. Fui fra i primi ad avere MySpace e i primi haters mi distrussero. Chiusi il profilo e dissi: mai più. Non avevo la scorza e la personalità. Adesso ho 40 anni e ho trovato chiarezza, maturità e distacco».
È entrato negli anta...
«Sai che bello, proprio durante la pandemia... Comunque ho 40 anni da quando ne ho 22... Adesso sono più leggero. Il peso dell’anagrafe, per fortuna, esiste».

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Una canzone sua che rifarebbe?
«L’anno prossimo sono 20 anni dal debutto di “Xdono”. Potrei farne una versione celebrativa».
L’Italia vista da fuori?
«Non ho l’atteggiamento di superiorità di quelli che se ne vanno... La California è la prima cosa che mi è capitata nella vita, la prima che non ho scelto. All’inizio la odiavo addirittura. Difficile non amare il nostro Paese quando vedi quello che succede qui politicamente. E purtroppo sono certo che Trump vincerà ancora: l’America non è New York o la California. Bisogna pensare ai deep State che vivono di mentalità retrograda nei confronti di nazionalismo, razzismo, donne, parità di diritti. Questi linguaggi da bullo di Trump attirano fan fedeli. E sento anche freddezza di molti democratici attorno alla figura di Joe Biden».

In Italia in quanto a razzismo non siamo messi bene. All’omicidio di Willie qualcuno ha detto: hanno ucciso «solo» un immigrato
«Ho amici afroamericani che mi hanno fatto capire quanto sia dura per loro in America: a un posto di blocco stai sicuro che ti fermano. È come avere un cartello addosso. A loro dicevo che io sono cresciuto in un’epoca senza integrazione ma anche senza odio e che la comunità extracomunitaria in Italia sta iniziando a integrarsi ora. Questo fatto mi ha scioccato. Mi rendo disponibile a supportare la causa, a sostenere anche economicamente famiglia e legali: questa storia deve trovare un finale giusto, anche se quello che è accaduto non sarà mai giusto. E credo che ormai sia anche necessario creare un movimento Black Lives Matter in Italia. Anche qui sono disponibile a dare un aiuto, a cercare contatti».

16 settembre 2020 (modifica il 17 settembre 2020 | 17:15)

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